11 luglio 2022 – Si riporta il testo dell’intervista che il Ministro Enrico Giovannini ha rilasciato a “La Repubblica Affari & Finanza” dal titolo "Ferrovie, bus e automobili la transizione può creare lavoro", di Diego Longhin.
«Il 2035 è una data che segna una discontinuità forte. Capisco le preoccupazioni, concrete e reali, di molti, ma è un passaggio che non deve generare paure fra le imprese e i lavoratori, che saranno accompagnati in questa transizione».
Enrico Giovannini è il ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, uno dei dicasteri più coinvolti nella trasformazione che interesserà il modo di muoversi nel nostro Paese.
Ministro Giovannini, sarebbe stato meglio un rinvio, che l'Italia sembra aver sostenuto alla vigilia del Consiglio dei ministri Ambiente, rispetto alla scadenza del 2035?
«La posizione assunta dal Consiglio Ambiente è quella che il Cite, il Comitato interministeriale per la transizione ecologica, aveva espresso il 10 dicembre scorso: lo stop alla vendita di auto nuove con motore a combustione nel 2035. Ed è la posizione con cui il nostro governo ha interloquito in questi mesi con gli altri esecutivi dell’Unione Europea. Il 2035 è una scadenza su cui c'è la convergenza di tutti, anche se non mancano elementi di novità».
Quali considera importanti?
«Considero positiva la proposta di una verifica al 2026 sul processo di transizione, una sorta di pit stop. L'elettrificazione delle auto e della mobilità in generale dipende tra l'altro dall'elettrificazione delle infrastrutture, anche quelle adibite alla ricarica, e dalla disponibilità di energie rinnovabili. Per cui si è scelta la strada del realismo indicando il 2035 come obiettivo e il 2026 come data intermedia per un check-up. Una prova del pragmatismo. Ma non parliamo solo di auto. È necessario accompagnare tutto il comparto automotive: dalle moto ai Tir».
L'apertura ai carburanti sintetici è positiva?
«È un bene in questa fase tenere la mente aperta e sperimentare. Non esiste solo l'elettrico, sebbene sia la migliore tecnologia a disposizione ora per auto, moto e veicoli commerciali leggeri. L'obiettivo è decarbonizzare tutto il settore trasporti: abbiamo realizzato uno studio per capire quale tipo di tecnologia sia la più indicata per ciascun segmento. Dobbiamo porci il tema dell'allocazione ottimale delle tecnologie rispetto ai diversi mezzi di trasporto, tenendo conto della disponibilità del tipo di fonte, specialmente dei biocarburanti, che andrebbero usati prioritariamente per i comparti in cui non esiste un'alternativa».
Come saranno i treni del futuro?
«L'elettrico rimarrà. Ma dove non ci sono linee elettriche si potrà optare per l'idrogeno, evitando di dover intervenire sulle gallerie, il che richiederebbe interventi strutturali costosi. In questo modo si potrebbe saltare la fase di elettrificazione di quei treni che oggi si muovono con il diesel, aggiungendo semplicemente una carrozza serbatoio per l'elettrolizzatore. Ho recentemente formato il decreto per avviare le sperimentazioni».
Per accompagnare la transizione cosa mette sul piatto il governo?
«Il governo ha stanziato un miliardo all’anno da qui al 2030 per l’automotive, soldi che saranno impegnati per incentivare la domanda e sostenere la riconversione dell'offerta. Il governo italiano si è mosso come nessun altro governo ha fatto prima. Se si vanno ad aggiungere le risorse del Pnrr, al 2026, e quelle del Piano Complementare, le cifre sono importanti. Al mio ministero sono stati assegnati 61 miliardi che in dieci anni cambieranno il modo di muoversi. Di questi, 3,7 miliardi saranno impegnati per il rinnovo dei bus, 2 miliardi sono destinati al fondo mobilità sostenibile che ho introdotto per accompagnare la transizione. Nel fondo per il trasporto pubblico locale abbiamo previsto risorse finalizzate a incentivare la mobilità locale pubblica e condivisa, connettendo attraverso piattaforme digitali bici, monopattini e scooter in sharing con l’offerta di tpl».
Gli industriali indicano in 70-75 mila i posti di lavoro a rischio nella filiera auto. Si compenseranno grazie al processo di transizione?
«Il cambiamento non avverrà dalla sera alla mattina. Nel 2035 si fermerà la vendita di auto nuove con motore a combustione, ma quelle circolanti rimarranno per un po'. La trasformazione va accompagnata creando occasioni di lavoro. Abbiamo messo fondi per sostituire circa 4 mila bus in senso ecologico, ma quelli da cambiare sono 40 mila. Si tratta di un business industriale notevole. Iveco ha deciso di riposizionare la produzione di bus anche in Italia: fatto positivo, figlio della transizione, che creerà lavoro».
Uno dei gap da colmare è l'assenza di una rete di punti di ricarica. Come farete?
«E un fronte su cui si l'Italia si sta muovendo. Il mio ministero si occupa della parte autostradale. Prima della fine di luglio incontrerò i concessionari che dovranno inserire nei loro piani la realizzazione di una rete sulle arterie di propria competenza anche alla luce della bozza di regolamento europeo Afir che definisce gli standard. Con Anas affronteremo la questione nella revisione del contratto di servizio».
C'è un tema di concorrenza con i paesi asiatici, Cina in particolare. Quali sono i limiti alla luce delle norme sugli aiuti di Stato?
«In Europa la normativa sugli aiuti di Stato è servita per stimolare la concorrenza interna, ma la concorrenza oggi è globale. Anche la crisi che dipende dal conflitto in Ucraina ci deve spingere a riflessioni più strategiche rispetto ai nostri competitor, soprattutto a quei Paesi dove le imprese si finanziano con soldi pubblici, mentre da noi è considerato un aiuto di. Stato».
Come si riequilibra?
«Penso a strumenti immaginati a livello Europeo e già in discussione, come la tassa sul carbone alla frontiera che scoraggia l'importazione di merci non prodotte in modo ecologico».